Agnese's profile"Dai diamanti non nasce ...Blog Tools Help

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    July 29

    L'Articolo 21

    « Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

    La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

    Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

    In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

    La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

    Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. »

    (Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 21)

    July 24

    Hotel Supramonte

     "Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
    perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
    ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore..."

     

     

    Hotel Supramonte

    di Fabrizio De Andrè

     

    E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
    tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
    e una lettera vera di notte falsa di giorno
    poi scuse accuse e scuse senza ritorno
    e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
    col suo ordine discreto dentro il cuore
    ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

    Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
    grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
    e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
    sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
    passerà anche questa stazione senza far male
    passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
    ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

    E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
    ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
    ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
    cosa importa se sono caduto se sono lontano
    perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
    perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
    ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.

    July 22

    La solitudine dei numeri primi

    I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.                                                            In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti e contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l'uno all'altro. Tra matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finchè non li si scopre.

    Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non lo aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto.

    da "La solitudine dei numeri primi" di P. Giordano

                                                                                                                                                                                                 

    July 21

    La solitudine dei numeri primi

    <<Ma ti piace davvero studiare?>>. Mattia annuì. <<E perchè?>>. <<E' l'unica cosa che so fare>> disse lui, piano. Avrebbe voluto dirle che studiare gli piaceva perchè puoi farlo da solo, perchè tutte le cose che studi sono già morte, fredde e masticate. Avrebbe voluto dirle che le pagine dei libri di scuola hanno tutte la stessa temperatura, che ti lasciano il tempo di scegliere, che non fanno mai male e che tu non puoi far lo ro del male. Ma rimase in silenzio.
     
    da "La solitudine dei numeri primi" di P. Giordano
    July 01

    Seppellisci pure

     
    Seppellisci pure
     
    Seppellisci pure
    quei fiori bianchi
    che il tempo
    benevolo
    ti aveva regalato.
    Oppure portali
    alla tomba
    delle tue
    Idee.
    Rifioriranno?
     
    I girasoli,
    lo sai,
    non li hai mai sopportati
    con il loro
    Sole
    accecante.
    Adesso son lì
    che ti puntano
    i fari
    contro il viso.
     
    E quei papaveri?
    Adesso il loro
    colore
    ti è caro
    perchè ricorda tanto
    quello della
    Crocifissione.
     
    I gelsomini
    sono quelli
    che profumano
    di antiche
    Nostalgie.
    Custodiscili.
    Ritroverai là
    l'odore del
    mare.
     
                   A.
    June 29

    Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

     
     
    Canto Notturno di un Pastore Errante dell'Asia
     
    di Giacomo Leopardi

     

    Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
    Silenziosa luna?
    Sorgi la sera, e vai,
    Contemplando i deserti; indi ti posi.
    Ancor non sei tu paga
    Di riandare i sempiterni calli?
    Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
    Di mirar queste valli?
    Somiglia alla tua vita
    La vita del pastore.
    Sorge in sul primo albore;
    Move le greggia oltre pel campo, e vede
    Greggi, fontane ed erbe;
    Poi stanco si riposa in su la sera:
    Altro mai non ispera.
    Dimmi, o luna: a che vale
    Al pastor la sua vita,
    La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
    Questo vagar mio breve,
    Il tuo corso immortale?

    Vecchierel bianco, infermo,
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle,
    Per montagna e per valle,
    Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    L'ora, e quando poi gela,
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge, e più e più s'affretta,
    Senza posa o ristoro,
    Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
    Colà dove la via
    E dove il tanto affaticar fu volto:
    Abisso orrido, immenso,
    Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
    Vergine luna, tale
    È la vita mortale.

    Nasce l'uomo a fatica,
    Ed è rischio di morte il nascimento
    Prova pena e tormento
    Per prima cosa; e in sul principio stesso
    La madre e il genitore
    Il prende a consolare dell'esser nato.
    Poi che crescendo viene,
    L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
    Con atti e con parole
    Studiasi fargli core,
    E consolarlo dell'umano stato:
    Altro ufficio più grato
    Non si fa da parenti alla lor prole.
    Ma perché dare al sole,
    Perché reggere in vita
    Chi poi di quella consolar convenga?
    Se la vita è sventura,
    Perché da noi si dura?
    Intatta luna, tale
    È lo stato mortale.
    Ma tu mortal non sei,
    E forse del mio dir poco ti cale.

    Pur tu, solinga, eterna peregrina,
    Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
    Questo viver terreno,
    Il patir nostro, il sospirar, che sia;
    Che sia questo morir, questo supremo
    Scolorar del sembiante,
    E perir della terra, e venir meno
    Ad ogni usata, amante compagnia.
    E tu certo comprendi
    Il perché delle cose, e vedi il frutto
    Del mattin, della sera,
    Del tacito, infinito andar del tempo.
    Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
    Rida la primavera,
    A chi giovi l'ardore, e che procacci
    Il verno co' suoi ghiacci.
    Mille cose sai tu, mille discopri,
    Che son celate al semplice pastore.
    Spesso quand'io ti miro
    Star così muta in sul deserto piano,
    Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
    Ovver con la mia greggia
    Seguirmi viaggiando a mano a mano;
    E quando miro in ciel arder le stelle;
    Dico fra me pensando:
    A che tante facelle?
    Che fa l'aria infinita, e quel profondo
    Infinito seren? che vuol dir questa
    Solitudine immensa? ed io che sono?
    Così meco ragiono: e della stanza
    Smisurata e superba,
    E dell'innumerabile famiglia;
    Poi di tanto adoprar, di tanti moti
    D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
    Girando senza posa,
    Per tornar sempre là donde son mosse;
    Uso alcuno, Alcun frutto
    Indovinar non so. Ma tu per certo,
    Giovinetta immortal, conosci il tutto.
    Questo io conosco e sento,
    Che degli eterni giri
    Che dell'esser mio frale,
    Qualche bene o contento
    Avrà fors'altri; a me la vita è male.

    O greggia mia che posi, oh te beata
    Che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perché d'affanno
    Quasi libera vai;
    Ch'ogni stento, ogni danno,
    Ogni estremo timor subito scordi;
    Ma più perché giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
    Tu se' queta e contenta;
    E gran parte dell'anno
    Senza noia consumi in quello stato
    Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
    E un fastidio m'ingombra
    la mente, ed uno spron quasi mi punge
    Sì che, sedendo, più che mai son lunge
    Da trovar pace o loco.
    E pur nulla non bramo,
    E non ho fino a qui cagion di pianto.
    Quel che tu goda, o quanto,
    Non so già dir; ma fortunata sei.
    Ed io godo ancor poco,
    O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
    Se tu parlar sapessi, io chiederei:
    Dimmi: perché giacendo
    A bell'agio, ozioso,
    S'appaga ogni animale;
    Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

    Forse s'avvess'io l'ale
    Da volar su le nubi,
    E noverar le stelle ad una ad una,
    O come il tuono errar di giogo in giogo,
    Più felice sarei, dolce mia grerggia,
    Più felice sarei, candida luna.
    O forse erra dal vero,
    Mirando l'altrui sorte, il mio pensiero:
    Forse in qual forma, in quale
    Stato che sia, dentro covile o cuna,
    È funesto a chi nasce il dì natale.

    June 17

    Farewell

     
    FAREWELL - Francesco Guccini
     
     
    E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent\' anni portati così,
    come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
    come si sente la voglia di vivere
    che scoppia un giorno e non spieghi il perchè:
    un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos'è.

    Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
    giorni a chiedersi tutto cos\' era, vedersi ogni sera;
    ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
    ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
    e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore, (tintinnare)
    quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.

    Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
    era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
    tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
    religione del tirare tardi e aspettare mattino;
    e una notte lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella, (poi)
    la città addormentata non era mai stata così tanto bella.

    Era facile vivere allora ogni ora,
    chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
    e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell'epoca nuova,
    ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
    Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
    ci sembrava d'avere trovato la chiave segreta del mondo.

    Non fu facile volersi bene, restare assieme
    o pensare d'avere un domani e stare lontani;
    tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?" In ogni cosa un pensiero costante, (domandarsi)
    un ricordo lucente e durissimo come il diamante (pensiero)
    e a ogni passo lasciare portarci via da un' emozione non piena, non colta: (di notte) (lasciarci portare)
    rivedersi era come rinascere ancora una volta.

    Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, (conclusione) (illusione)
    e il peccato fu creder speciale una storia normale.
    Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
    sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
    E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa;
    siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa. (solo) (ad)

    "The triangle tingles and the trumpet plays slow"...

    Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d'estate
    con qualcosa di fragile come le storie passate:
    forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
    ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me...
    June 05

    Ne me quitte pas

     

    Ne me quitte pas  - Jacques Brel

                                                      

                                                                
    Ne me quitte pas             Non abbandonarmi                 
    Il faut oublier               Bisogna dimenticare           
    Tout peut s'oublier           Tutto si può dimenticare
    Qui s'enfuit déjà             Chi fugge già                 
    Oublier le temps              Dimenticare il tempo          
    Des malentendus               Dei malintesi                 
    Et le temps perdu             Ed il tempo perso             
    A savoir comment              A sapere come                 
    Oublier ces heures            Dimenticare queste ore        
    Qui tuaient parfois           Chi uccideva talvolta         
    A coups de pourquoi           A colpi di perché             
    Le coeur du bonheur           Il cuore della felicità       
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
                                                                
    Moi je t'offrirai             Io ti offrirò                 
    Des perles de pluie           Delle perle di pioggia        
    Venues de pays                Venute da paesi               
    Où il ne pleut pas            Dove non piove mai               
    Je creuserai la terre         Io scaverò la terra              
    Jusqu'après ma mort           Fino dopo la mia morte        
    Pour couvrir ton corps        Per coprire il tuo corpo      
    D'or et de lumière            D'oro e di luce              
    Je ferai un domaine           Io farò un campo                 
    Où l'amour sera roi           Dove l'amore sarà re          
    Où l'amour sera loi           Dove l'amore sarà legge       
    Où tu seras reine             Dove sarai la regina          
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
                                                                
    Je t'inventerai               Io ti inventerò                  
    Des mots insensés             Delle parole insensate        
    Que tu comprendras            Che tu comprenderai              
    Je te parlerai                Io ti parlerò                    
    De ces amants-là              Di questi amanti              
    Qui ont vu deux fois          Chi ha visto due volte        
    Leurs coeurs s'embraser       I loro cuori infiammarsi      
    Je te raconterai              Io ti racconterò                 
    L'histoire de ce roi          La storia di questo re        
    Mort de n'avoir pas           Morto per non averti
    Pu te rencontrer              Potuto incontrarti            
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
                                                                
    On a vu souvent               Si è visto spesso             
    Rejaillir le feu              Schizzare il fuoco            
    De l'ancien volcan            Del vecchio vulcano           
    Qu'on croyait trop vieux      Che si credeva troppo vecchio 
    Il est paraît-il              A quanto pare
    Des terres brûlées            Alcune terre bruciate         
    Donnant plus de blé           Danno più di grano            
    Qu'un meilleur avril          Che un migliore aprile        
    Et quand vient le soir        E quando viene la sera        
    Pour qu'un ciel flamboie      Affinché un cielo fiammeggi
    Le rouge et le noir           Il rosso ed il nero           
    Ne s'épousent-ils pas         Non si sposano            
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Je ne vais plus pleurer       Io non vado più a piangere
    Je ne vais plus parler        Io non vado a più a parlare
    Je me cacherai là             Mi nasconderò là              
    A te regarder                 A guardarti                   
    Danser et sourire             Danzare e sorridere           
    Et à t'écouter                Ed ad ascoltarti              
    Chanter et puis rire          Cantare e poi ridere          
    Laisse-moi devenir            Lasciami diventare            
    L'ombre de ton ombre          L'ombra della tua ombra       
    L'ombre de ta main            L'ombra della tua mano        
    L'ombre de ton chien          L'ombra del tuo cane          
                                                                
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                 
    Ne me quitte pas              Non abbandonarmi                  
                                              

                                                              

    May 22

    Studentessa universitaria

     
    STUDENTESSA UNIVERSITARIA
     
    di Simone Cristicchi
     
     
    Studentessa universitaria, triste e solitaria
    Nella tua stanzetta umida,
    ripassi bene la lezione di filosofia
    E la mattina sei già china sulla scrivania
    E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l’affitto te li manda papà.

    Ricordi la corriera che passava lenta, sotto il sole arroventato di Sicilia
    I fichi d’India che crescevano disordinati ai bordi delle strade
    Lucertole impazzite, le poche case…
    Ripensi quel profumo dolce di paese e pane caldo,
    i pomeriggi torridi, la piazza, la domenica,
    e il mare sconfinato che si spalancava dal terrazzo,
    della tua camera da letto.

    Ripensi alle salite in bicicletta per raggiungere il cadavere di una capretta,
    il tabernacolo della Madonna in cima alla montagna, che emozione!
    Tutte le candele accese di un paese in processione, gocce di sudore sulla fronte
    Odore di sapone di Marsiglia e di lenzuola fresche per l’estate,
    gli occhi neri di una donna ferma sulle scale, gli occhi di tua madre…

    Studentessa universitaria, triste e solitaria
    Nella tua stanzetta umida, ripassi bene la lezione di filosofia
    E la mattina sei già china sulla scrivania
    E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l’affitto te li manda papà…

    Studentessa chiusa nella metropolitana, devi scendere, la prossima è la tua fermata!
    Sotto braccio libri,fotocopie, appunti sottolineati
    ed un libretto dove collezioni i voti degli esami,
    questa vita fatta di lezioni e professori assenti, file chilometriche per fare i documenti,
    prendere un bel trenta per sentirsi più felici, ma soli e senza i tuoi amici…
    Carmelo sta a Milano in facoltà di Economia, Fabiana e Sara Lettere indirizzo Archeologia
    Poi c’è Concetta, sta a Perugia e studia da Veterinaria,
    Giurisprudenza invece la fa Ilaria e Marco spaccia cocaina
    e un giorno lo metteranno dentro, il tuo ragazzo studia Architettura e adesso
    passa i giorni dando il resto dalla cassa di un supermercato in centro…

    Studentessa universitaria, triste e solitaria
    Nella tua stanzetta umida, ripassi bene la lezione di filosofia
    E la mattina sei già china sulla scrivania
    E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l’affitto te li manda papà…

    Studentessa universitaria, sfiori la tua pancia
    Dentro c’è una bella novità, che a primavera nascerà per farti compagnia,
    la vita non è dentro un libro di Filosofia
    e la sera ti ritrovi a pensare al futuro
    e ti sembra più vicina la tua serenità.
    May 21

    La Cura

    «La Cura mentre stava attraversando un fiume scorse del fango cretoso; pensierosa ne colse un po' e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese ivi porre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre Giove e la Cura disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato a esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: "Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo perché è stato tratto da humus (Terra)"»

     

    Martin Heidegger, Essere e tempo, 1927.

    May 15

    L'ultimo abbraccio

     

    L'ultimo abbraccio

     

     

    In tanti hanno provato a dipingere un Abbraccio...

    Il tentativo di Olga Marciano, pittrice salernitana, mi sembra uno dei più riusciti nella storia della pittura...

    L'intensità e il pathos sono qui vivi in ogni curvatura, in ogni punto che riflette una determinata gradazione di luce grazie alla mistura del colore...

    Tutto sembra suggerire slancio e sentimento.

    May 04

    La malattia delle canzoni

    <<Ma, alla fine, qual è la tua malattia?>> domandò il fratello minore al  maggiore. <<Perchè quella instabilità, da cosa nasce quella tua mania di troncare sempre? La tua bulimia, la tua insopportabile bulimia?>>. <<Perchè quel continuo bisogno di altro?>>.
    <<Credo che venga tutto dalle conzoni>>. E, davanti al fratellino psichiatra sempre più allibito, sviluppò la sua teoria della malattia delle canzoni. Secondo il fratello maggiore, le canzoni, la passione famigliare per le canzoni, avevano esercitato un potere dissolvente sulla struttura della sua anima.
    <<Tò! E perchè mai?>>
    <<Perchè, in primo luogo, la canzone, che è breve per natura, accende in noi il gusto del rinnovamento, del ricominciamento, e del diverso ad ogni costo. Le storie si susseguono. Non si ha mai il tempo di annoiarsi. E' vero o no?>>
    <<Ammetto>>.
    <<In secondo luogo, e in via accessoria, la canzone fa nascere in noi il disgusto per tutto ciò che va per le lunghe e anche per tutto ciò che dura. Continui a seguirmi?>>
    <<Temo di sì>>.
    <<In terzo e ultimo luogo... il peggio. La canzone, un ascolto eccessivo della canzone, provoca, in certe personalità fragili, un decentramento della felicità>>.
    <<Cos'altro hai inventato come scusa?>>
    <<Sentimi bene. In un essere normale, per esempio te, la felicità si trova nella vita, nella vita stessa, nel presente vissuto. Mi sbaglio?>>
    <<Continua>>.
    <<Nell'ascoltatore ossessivo di canzoni, intendo nel fissato, me per esempio, la felicità diserta la vita. Sopravvive soltanto nel ricordo della vita. Ti è mai capitato di sentire canzoni felici? Tutte le canzoni sono delle nostalgie>>. [...]
     
    Da Erik Orsenna, "La chanson de Charles Quint"
    April 24

    Più bici, più baci

    Più bici, più baci..
     
     
     
     
     
     
    February 28

    Sala da biliardo

    << Niente può  spiegare la bellezza di una sala da biliardo. Al tramonto la stanza da gioco comincia a riempirsi dei primi sguardi di sfida dei giocatori, e di ragazza scure, accese, avide, giunte una sera ancora a sognare un ragazzo capace di far roteare le stecche. Gli occhi scuri dei figli del vento sono amari e determinati, ma vivi. La sala si riempie di fumo, in breve è una cappa. Ma non si può giocare senza il fumo. La sigaretta accesa, tenuta in bocca mentre si calibra il tiro, fa lacrimare gli occhi, fa mancare forte il respiro, ma fa parte del gioco. Il gioco è tutto. Il gioco è tutto...>>
     
                                                                                                                                   Da  "Il Cantiere"
     
     
     
     E' assolutamente vero: nulla può descrivere il fascino magnetico di una sala da biliardo...la stecca, il silenzio improvviso degli altri giocatori e quella sana concentrazione che ti accompagna prima di giocare il tuo tiro, che ti fa sperare di imbucare quella pallina. La prima volta che sono entrata in una sala da biliardo è stata non molto tempo fa, in un locale al centro di Firenze, con la mia amica, quella dai capelli rossi. Incontrammo tre tunisini, sicuramente ex malavitosi: uno di loro aveva una cicatrice sul viso che partiva dalla tempia, attraversava la guancia, fino ad arrivare alla punta del labbro. Ma sono stati degli ottimi compagni di gioco. Io ero solo una principiante, loro giocatori esperti, abili nelle loro mosse, concentratissimi. Loro uomini vissuti, io solo una ragazzina sprovveduta. Decisi che anch'io volevo diventare un'abile giocatrice di biliardo.
    February 24

    Un immaginario contorto

     

    Natalie Shau è un'artista, fotografa lituana. Realizza opere di fotomanipolazione e arte digitale, con uno stile che va al di là di ogni quotidiana immaginazione: i suoi soggetti saltano fuori da un immaginario contorto, fiabesco e travolgente, con frequenti riferimenti al macabro e al grottesco, ma anche carichi di sensualità e bellezza.

    Horror, fantasy e atmosfere manga si fondono nelle sue opere. Figure  di giovani donne incarnano in esse un’ estrema contraddizione: l’immagine reale del loro corpo e al contempo un’atmosfera ultraterrena, che diventano un tutt’uno.

    Fiabe come la Sirenetta, Alice nel paese delle meraviglie, vengono rifiltrate dall’occhio dell’artista, che gioca con le infinite sfaccettature della mente facendo sì che  le immagini si confondano con gli stati d’animo. Immagini e sentimenti vengono così resi ibridi, creando un effetto di mistero e contraddizione, entro un’atmosfera surreale.

    Questa è, a parer mio, una delle sue fotografie più belle.

     

     

     

     

    L'essenziale è invisibile agli occhi..

    In quel momento apparve la volpe.
    "Buon giorno", disse la volpe.
    "Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
    "Sono qui", disse la voce, "sotto al melo…."
    "Chi sei?" domandò il piccolo principe, " sei molto carino…"
    "Sono la volpe", disse la volpe.
    " Vieni a giocare con me", disse la volpe, "non sono addomesticata".
    "Ah! scusa ", fece il piccolo principe.
    Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
    " Che cosa vuol dire addomesticare?"
    " Non sei di queste parti, tu", disse la volpe" che cosa cerchi?"
    " Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
    " Che cosa vuol dire addomesticare?"
    " Gli uomini" disse la volpe" hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso!
    Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi le galline?"
    "No", disse il piccolo principe. " Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?"
    " E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…"
    " Creare dei legami?"
    " Certo", disse la volpe. " Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma.se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo."
    " Comincio a capire", disse il piccolo principe. " C'è un fiore…. Credo che mi abbia addomesticato…"
    "E' possibile", disse la volpe "capita di tutto sulla terra…"
    "Oh! Non è sulla terra", disse il piccolo principe.
    La volpe sembrò perplessa:
    " Su un altro pianeta?"
    " Sì"
    " Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
    " No"
    " Questo mi interessa! E delle galline?"
    " No"
    " Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe.
    Ma la volpe ritornò alla sua idea:
    " La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me .Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita,
    sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in
    fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai
    addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…"
    La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
    " Per favore …..addomesticami", disse.
    " Volentieri", rispose il piccolo principe, " ma non ho molto tempo, però.
    Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".
    " Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe." gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
     
    " Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
    " Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe.
    " In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino…."
    Il piccolo principe ritornò l'indomani.
    " Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
    " Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità.
    Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti".
    " Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
    " Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.
    " E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io
    mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
    Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
    E quando l'ora della partenza fu vicina:
    "Ah!" disse la volpe, "…Piangerò".
    " La colpa è tua", disse il piccolo principe, "Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…"
    " E' vero", disse la volpe.
    " Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
    " E' certo", disse la volpe.
    " Ma allora che ci guadagni?"
    " Ci guadagno", disse la volpe, " il colore del grano".
    soggiunse:
    " Va a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo".
    "Quando ritornerai a dirmi addio ti regalerò un segreto".
    Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
    "Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente" , disse.
    " Nessuno vi ha addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre.
    Ma ne ho fatto il mio amico e ne ho fatto per me unica al mondo".
    E le rose erano a disagio.
    " Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. " Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei
    che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro, Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato
    lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa" E ritornò dalla volpe.
    " Addio", disse.
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
    " L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
    " E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
    "E' il tempo che ho perduto per la mia rosa…" sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
    " Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.
    Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…"
    " Io sono responsabile della mia rosa…." Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.
                                                                                                              
                                                                                           Da "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupery 
    February 23

    L'altro

    L’altro è “lo straniero, il barbaro che preme ai confini. È l’extracomunitario da respingere, o regolamentare in modo poliziesco e fiscale. L’altro è il diverso, il dissenziente, l’eretico, il contestatore. È l’opposizione che non si piega, l’individuo che non si aggrega, la minoranza che non si assimila, l’eterodosso che non si omologa, colui che esercita autonomamente la critica, il libero pensatore che esprime dubbi e riserve. L’altro da noi è comunque l’alieno, il nemico, l’invasore, l’ultracorpo, colui che viene da un altrove perturbante. L’altro è il povero, l’ultimo, il derelitto, la cui miseria va occultata, segregata, misconosciuta affinché non provochi senso, sgomento e disagio alla società dell’opulenza e del consumo sfrenato. L’altro è l’emarginato, il malato, il folle, il demente, il pessimista o il malcontento che non si unisce al coro giulivo degli integrati molti e felici. È colui che va controcorrente, l’indesiderato, la canaglia, l’errante, il mendicante: è lo scandalo dell’indigenza disperata che reclama fastidiosamente un posto al sole, ancorché piccolissimo. L’altro è l’antagonista per eccellenza: ecco perché esso ci serve come termine di paragone quindi per definire il sé, ossia delineare e rafforzare una propria identità in antitesi”( dall’editoriale di “Segno”, N.238-239).

    L’ esperienza dei totalitarismi del Novecento, ci permette di intuire come da sempre l’uomo abbia avuto il bisogno di porre un ordine definitivo alla propria esistenza, di stabilire e costruire attorno a sé un insieme di codici culturali e comportamentali che gli dessero una certa sicurezza. L’uomo ha sempre tentato di ridurre il caos, il molteplice nell’ordine: eppure la natura stessa sembra prendersi beffa di questo fallimentare tentativo, dato che la fisica ci insegna che le trasformazioni termodinamiche muovono da una condizione di ordine ad una di disordine delle molecole e che quindi il grado di disordine è destinato inevitabilmente ad aumentare (entropia). La tendenza a mettere ordine si manifesta nella prassi politica dei totalitarismi: essi sono caratterizzati da un’ideologia che abbraccia tutti gli aspetti della vita degli individui e che è proiettata verso uno stadio finale e perfetto della società. Il pensiero totalitario si basa “sull’asserzione di una sola e assoluta verità politica. Esso può essere definito messianismo politico in quanto postula un insieme di cose preordinato, armonioso e perfetto”. L’idea di imporre l’ordine e la perfezione alla società si è manifestato nell’eliminazione fisica dei “diversi” da parte del Nazismo tedesco, nel tentativo di mettere a tacere le opposizioni e di annientare il potere delle istituzioni democratiche, istanze proprie e dei regimi nazi-fascisti e di quello comunista, anche se la storia ci impone una più articolata riflessione su questo tipo di totalitarismo: esso non è altro che una degenerazione del pensiero comunista che si basava sull’emancipazione politica dei popoli oppressi dal sistema economico capitalista.

    L’idealismo, con il suo monismo dialettico, non ha tentato altro che “unificare il molteplice e ridurre ogni cosa all’ordine e alla perfezione del tutto”. Ecco perché la sintesi di Hegel, momento finale della sua dialettica, si presenta come una conclusione chiusa e di per sé stagnante: essa soffoca il pensiero e la stessa dialettica. Ecco perché i filosofi post-hegeliani, insistendo sul momento dell’antitesi, dell’opposizione, hanno tentato di mostrare le fragilità del sistema hegeliano. In particolare, Schopenhauer sostiene che Hegel, con la sua dottrina filosofica, non abbia fatto altro che giustificare razionalmente il potere della Chiesa e dello Stato e ribadisce l’esigenza della libertà della filosofia di contro ad un sistema filosofico che tende invece a divinizzare lo Stato. Secondo Kierkegaard, le alternative possibili dell’esistenza non possono essere conciliate con la dialettica e la dimensione soggettiva del singolo non può essere ridotta a quella oggettiva del genere. Afferma ancora Feuerbach, critico dell’hegelismo, che l’errore dell’idealismo è quello di “aver ridotto a determinazioni, a predicati dell’infinito, le determinazione della realtà o del finito”(Tesi, cit.,pp.63). infine Marx ammette che la tendenza della filosofia di Hegel sia quella di considerare le realtà empiriche delle manifestazioni necessarie dello Spirito: tale tendenza, ossia quella di considerare il reale razionale, va combattuta perché porta alla mistificazione della realtà, cioè a considerare i fenomeni come manifestazioni necessarie della realtà e ad accettarle passivamente.

     

     Citare alcuni esempi in cui la letteratura si fa portavoce di quei “diversi”, ossia di quelle anomalie che sfuggono all’ordine o si fanno beffa dell’ordine stesso, sarebbe forse limitativo. Ma già la letteratura classica aveva registrato fenomeni di anomalia con il più originale tra i tragediografi greci, Euripide. Con i suoi personaggi insoliti ( Cassandra la folle, Medea la maga barbara,ecc.) inaugura la rappresentazione di quella flotta anomala di personaggi che navigherà sempre nelle acque della letteratura più attenta e sensibile. Apollonio, col suo viaggio degli Argonauti, verso la terra ignota e lontana della Colchide, non fa altro che presentarci le istanze di un mondo rovesciato, dove l’ethos barbaro differisce profondamente da quello greco.

    Per non parlare dell’attenzione all’etnografia che presenta la storiografia greca e quella romana: Erodoto e Tacito con i loro excursus etnografici descrivono usanze e culture straniere, barbare, per marcare le differenze col mondo greco-latino, ma mai interpretandole in chiave razzista, sottoponendo piuttosto il lettore ad una serrata riflessione sull’ethos.

    Esempi di tale genere continueranno a comparire nella letteratura moderna: saranno i Maledetti i nuovi “stranieri” della società borghese perbenista della Francia di fine Ottocento; Zeno lo Xenos della produzione letteraria di Italo Svevo e Mattia Pascal il “ forestiero della vita” in quella di Luigi Pirandello. Come un secolo prima l’escluso, l’alieno al suo luogo natio lo era stato il “passero solitario” di Giacomo Leopardi. L’istanza del negativo ci viene invece espressa da tutti quegli anti-eroi della letteratura, da tutti quegli inetti a vivere e incapaci ad agire già riscontrati in Svevo e Pirandello, che hanno il loro prototipo nel personaggio di Giasone delle Argonautiche di Apollonio, e che trovano terreno fertile anche nella letteratura inglese, basti pensare el no-hero nell’”Ulysses” di James Joyce.

    Potremmo prolungarci all’infinito, ma, limitando ancora una volta le nostre prospettive, ritroviamo tali esempi anche nella letteratura a noi contemporanea: gli alternativi di Pier Paolo Pasolini diventano i sottoproletari, gli abitanti delle periferie e delle borgate, unica espressione di una cultura non ancora omologata alla cultura borghese consumista dell’Italia del Dopoguerra.

    Esempi di voci che viaggiano “in direzione ostinata e contraria” li ritroviamo nel panorama della musica d’autore, di cui uno degli esponenti più interessanti è senza dubbio Fabrizio De Andrè: la sua critica letteraio-musicale è sempre incentrata a colpire il potere e l’ordine costituito; il suo amore per gli emarginati, protagonisti onnipresenti nei suoi testi, ci mostra come nell’emarginazione stessa egli ritrovi l’essenza di un’umanità perduta, custode oramai di una morale perbenista e soffocante. Emarginato si definirà egli stesso, un “servo disobbediente alle leggi del branco”, una semplice “anomalia” del sistema.

     

    La storia ci insegna come l’alterità e la dialettica siano dei beni preziosi da difendere per salvare l’idea stessa di Storia: essa non è altro che il continuo snodarsi di avvenimenti  in maniera dialettica, e proprio il tentativo di cristallizzarli entro una sintesi fagocitante,non ne determina altro che la sua stessa fine, imponendo la stasi, il silenzio, il regresso e l’inebetito isolamento.

     

    February 21

    La frase più bella

    Rileggendo le pagine dei miei vecchi diari, mi capita di accarezzarle per sentire la carta solcata da quell'inchiostro e ritrovare così la me stessa che ero allora. Pensare che il passato si possa improvvisamente materializzare in una pagina scritta è un'idea che mi sconvolge...
    Frugando tra i miei diari ho trovato "la frase più bella" che qualcuno mi abbia mai dedicato. Era lì, appunata disordinatamente su una pagina:
    "Stare con te mi dà l'impressione di essere stato promosso ad un livello di esistenza superiore".
     
    "Ti auguro di ottenere ciò che ami", diceva ancora: ma le cose che amo non riesco ad ottenerle e sento che si allontanano sempre di più. La me stessa che ero, oggi non sono.

    La perdita e il cammino dell'uomo

    La storia stessa dell’umanità comincia con una perdita: una volta che Adamo ed Eva vengono cacciati dal Paradiso essi perdono la condizione di beatitudine che caratterizzava la dimensione edenica e per la prima volta fanno esperienza della distanza, della caduta. Ma questo “perdersi” è stato determinato da una scelta dell’uomo stesso perché Adamo ed Eva hanno scelto volontariamente di mangiare il frutto dell’ “Albero del Bene e del Male”. Poi con il Diluvio Universale la terra verrà ricoperta d’acqua e l’uomo scoprirà il mare: con esso non solo subentra ancora una volta la possibilità di perdersi una volta partiti, ma anche quella di fare ritorno, e per la prima volta gli uomini fanno esperienza della distanza.

      La prima attività di orientamento degli uomini, con la quale essi tentano di domare la complessità dell’ambiente, è quella di nominare il luoghi che entrano così a fare parte dell’ “archivio della memoria”: il fatto che gli uomini denominino l’ambiente che li circonda è il primo segno del processo di antropizzazione della Terra. L’ambiente non solo viene nominato, ma anche segmentato, scomposto in “unità discrete”: nominare e scomporre l’ambiente ci permette di creare un’immagine ambientale che è il prodotto di un’interazione reciproca tra l’osservatore e l’ambiente. Per l’uomo l’immagine ambientale assume la funzione di: << identificare >> l’ambiente, nel senso di distinguere e separare le sue varie parti; << strutturare >> nel senso di scomporre l’ambiente in unità discrete che devono essere messe in relazione tra loro e in relazione all’osservatore; e infine << dare un significato >>, cioè scomporre l’ambiente in parti che devono assumere un significato per chi le osserva. Il linguaggio dunque concorre in maniera significativa a caratterizzare, modellare lo spazio di vita, ma a sua volta anche il linguaggio può influenzare in maniera significativa l’ambiente.

      Ma se noi saturiamo lo spazio di unità discrete e  lo spazio diventa un insieme compresso da segni e da nomi, perdiamo la possibilità di inventare, di aggiungere elementi nuovi al nostro ambiente e il nostro diventa un orientamento passivo. Le mappe sono infatti una sorta di insieme di racconti che si tramandano di generazione in generazione: nel momento in cui però tutto è già stato raccontato e “cantato”, viene meno la capacità di inventare, di costruire un nuovo bagaglio di memorie. C’è dunque uno stretto rapporto tra l’attività dell’orientamento e la memoria : se venisse meno la memoria, perderemmo anche la capacità di orientarci perché svanirebbe l’immagine ambientale che ci siamo costruiti. Le prime mappe che l’uomo si è formato sono infatti quelle mentali dove la memoria è fondamentale, indispensabile. Ma è bene che la memoria non sia una “memoria ipertrofica”: come sostiene Freud, ogni atto di memoria deve corrispondere ad un atto di oblio. Egli sottolinea l’importanza dell’ “incompleto” perché la memoria per compiere a pieno la sua funzione  deve rinunciare all’assoluto e deve coltivare la dimenticanza, deve distinguere ciò che è opportuno  ricordare e ciò che può anche trascurare. Anche la mappa per poter compiere a pieno la sua funzione deve essere incompleta, difettosa. La pienezza di facoltà, infatti, può sovrastarci: la memoria satura è incapace di raccontare, di inventare storie perché il raccontare significa proprio tacere degli elementi e parlare di altri. Il racconto è espressione dell’ incompiutezza dell’uomo, del fatto che egli è un essere finito perché mortale: se l’uomo non fosse sovrastato da questo senso continuo delle fine, della morte, quindi del limite, non sarebbe spinto verso il cammino, verso la ricerca che lo spinge a colmare ciò che manca alla sua completezza. Ma il vuoto non si colma mai e, se questa può apparire una disgrazia, è in realtà la forza stessa dell’uomo perché questa ricerca lo spinge al movimento, alla ricerca continua, al raccontare per non far cadere le memorie nell’oblio. Se l’uomo fosse un essere completo e immortale tutto sarebbe statico, immobile nella sua pienezza.  Anche l’incompiutezza delle mappe come quella del racconto, della narrazione, è espressione dell’essenza più intima dell’uomo: quella di un essere incompleto, finito, imperfetto.

      L’uomo è dunque un essere perennemente in cammino ed è proprio lungo questo cammino che fa esperienza. L’esperienza comprende tre dimensioni diverse, ma al contempo complementari: quella dell’ex, del per e dell’ire e le mappe sono espressione proprio di queste tre dimensioni dell’esperienza. La dimensione dell’ex riguarda il nostro passato, le nostre origini, il cammino che ci siamo lasciati alle spalle. Proprio perché legata ad uno spazio ben preciso e circoscritto, cioè quello dove affondano le nostre radici, alla dimensione dell’ex si può associare quella del νόμος, cioè della legge: la circoscrizione di un territorio vuol dire infatti stabilirne la legge che lo governa e accanto al νόμος viene stabilito anche l’εθος,  cioè l’insieme dei costumi e delle tradizioni di una comunità. Possiamo dunque concludere che la dimensione dell’ex è legata ad un forte momento identitario nel corso dell’esperienza dell’uomo. Mentre la dimensione dell’ex riguarda il cammino che abbiamo già fatto e quello che già abbiamo conquistato, la dimensione del per riguarda il viaggio, lo spostamento: la dimensione del per riguarda la conquista a cui si aspira. Proprio per questo la parola che gli viene associata è  λόγος che indica generalmente tutti gli strumenti razionali di cui l’uomo si è servito per le sue scoperte, per i suoi viaggi, per le conquiste in vista del cambiamento, del progresso. Accanto alla dimensione dell’ex e del per abbiamo la dimensione dell’ire che forse ci appare come quella più originale e stravagante: è un errare senza memoria né desiderio perché non si aspira a raggiungere una meta determinata. È la dimensione dell’indefinitezza impregnata da un forte senso dell’attesa piuttosto che da quello dell’aspettativa: nell’errare si attende non si sa cosa. Per tale motivo la parola che può essergli associata è μέλος, “canto”: la musica, il canto, sfuggono, si sottraggono alle definizioni, non si lasciano racchiudere in una forma, entro contorni netti. La musica non si fa λόγος, non si fa concetto: rimane senso sensibile e non sensato. Essa è per questo governata dal caso, da tutto ciò che si sottrae al progetto, al calcolo, alla ragione, al  λόγος che tenta di racchiudere e di formalizzare.

      Per individuare il punto in cui ci troviamo e quello che intendiamo raggiungere è necessario introdurre nelle nostre carte geografiche il reticolo geografico composto da paralleli, linee che vanno da est a ovest, e meridiani, linee che vanno da nord a sud. Già Tolomeo, nel II secolo, aveva intuito l’importanza del reticolo geografico: infatti l’intersezione tra due linee costituisce un punto, rendendolo così facilmente individuabile. L’intersezione tra due linee non rappresenta altro che un incrocio, il punto dove si incontrano più strade che rappresenta il momento critico del destino umano perché esso diviene il momento fondamentale della scelta, in base alla quale la vita dell’uomo prenderà una determinata direzione. La vita, il destino umani sono spesso associati anche all’immagine della tessitura, formata da fili verticali (ordito) ed orizzontali (trama). Lo spazio intrecciato, cioè quello attraversato da linee verticali e orizzontali, viene definito “spazio striato” proprio perché solcato da linee che si intrecciano e che apparentemente facilitano l’orientamento e l’individuazione di un punto al suo interno. Ecco la descrizione che ne danno i francesi Deleuze-Guattari: “Un tessuto presenta in linea di massima un certo numero di caratteri che permettono di definirlo come spazio striato. Anzitutto è costituito da due specie di elementi paralleli: nel caso più semplice gli uni sono verticali, gli altri orizzontali e tutti si intrecciano, si incrociano perpendicolarmente. In secondo luogo, le due specie di elementi non hanno la stessa funzione: gli uni sono fissi, gli altri sono mobili e passano al di sopra e al di sotto dei fissi.[…]. In terzo luogo, un tale spazio striato è necessariamente delimitato, chiuso su un lato almeno: il tessuto può essere infinito in lunghezza, ma non nella larghezza, definita dal quadro dell’ordito; la necessità di un’andata-ritorno implica uno spazio chiuso.” (da G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani). Nonostante lo spazio striato appaia ricco di unità elementari, quelle che Tucci ha chiamato iconemi, Delueuze e Guattari hanno sostenuto che nello “spazio liscio” (come il deserto) che si oppone a quello “striato” (come la città), e che è all’apparenza povero di iconemi, sia più facile percepire le differenze minime dell’ambiente: “Lo spazio liscio è occupato da eventi o ecceità, molto più che da cose formate e percepite. È uno spazio d’affetti, più che di proprietà. È una percezione prensiva piuttosto che visiva. Mentre nello striato le forme organizzano una materia, nel liscio dei materiali segnalano forze o servono loro da sintomi. È uno spazio intensivo piuttosto che estensivo […]. La percezione, qui, è fatta di sintomi e di valutazioni, non di misure e proprietà. Per questo lo spazio liscio è occupato dalle intensità, i venti e i rumori, le forze e le qualità tattili e sonore, come nel deserto, la steppa o i ghiacci. Scricchiolio del ghiaccio e canto delle sabbie. Quel che copre lo spazio striato è invece il cielo come misura e le qualità visive misurabili che ne derivano.” (da G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani).

      La rappresentazione dello spazio si avvale spesso del reticolo, ma accanto a questa anche la dimensione del tempo: esso può essere concepito come un tessuto costruito tramite una fitta trama di incroci tra due assi, uno orizzontale e uno verticale. L’asse orizzontale è quello diacronico, dove si collocano tutti gli eventi che si svolgono in sequenza; mentre quello verticale è quello sincronico costituito da tutti gli eventi che si svolgono contemporaneamente in diverse parti del mondo: l’asse orizzontale dello scorrere degli eventi viene “trafitto” dall’asse verticale di tutti gli eventi che si svolgono nello stesso istante in diversi luoghi della terra.

      C’è stato da sempre un rapporto controverso tra spazio e tempo: spesso la dimensione dello spazio viene confusa con quella del tempo. Ad esempio, il “per cognitivo”, ossia la dimensione del viaggio associata alla scoperta scientifica, diviene spesso una sorta di alibi per giustificare il “per militare” che mira alla conquista di territori lontani, che vuol dire anche imposizione dei modelli culturali dei conquistatori sui conquistati. Questo è spesso avvenuto proprio perché la distanza spaziale veniva confusa con quella temporale: ciò significava che le culture diverse venivano percepite come  primitive e questo giustificava la conquista di un popolo da parte di un altro e l’ “esportazione” della cultura da un paese all’altro, in quanto percepita come “civilizzazione” di un popolo la cui cultura veniva considerata arretrata. Kant, nella sua riflessione politica, sul diritto internazionale e cosmopolitico, criticherà aspramente le guerre di conquista da parte degli occidentali nei confronti di quei popoli abitanti di terre lontane, considerati non civilizzati: “ […] la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto quelli commerciali, della nostra parte del mondo, l’ingiustizia, di cui essi danno prova visitando paesi e popoli stranieri (visite che essi immediatamente identificano con la conquista), è tale da rimanere inorriditi. L’America, i Paesi dei Negri, le Isole delle Spezie, il Capo di Buona Speranza ecc., quando li scoprirono furono per loro terre che non appartenevano a nessuno; degli abitanti infatti non tennero assolutamente conto. Nelle Indie orientali (Indostan) introdussero truppe straniere, con il pretesto di stabilire semplici avamposti commerciali, e con esse però portarono l’oppressione degli indigeni, l’istigazione agli Stati della ragione a combattere tra loro grandi guerre e quindi la fame, i disordini, il tradimento e tutta quanta la litania dei mali che affliggono l’umanità.” (da Kant, Per la pace perpetua, 1795).

     

      Abbiamo visto come la cartografia sia una delle attività dell’uomo per eccellenza, che descrive i momenti fondamentali della sua vita: la cartografia dell’ex ne descrive la nascita, le origini, le radici, l’appartenenza, quindi l’ εθος e il νόμος ; la cartografia del per ne descrive il momento del viaggio, della scoperta, della conquista, il momento in cui l’uomo mette in atto tutte le sue capacità, le sue doti razionali, mettendo in atto quel desiderio di appropriazione, di dominio sulle cose che gli è congenito: è il momento del λόγος. Infine la cartografia dell’ire, dell’errare senza meta, del perdersi nell’atmosfera fluttuante del mondo, momento dell’abbandono a se stessi e forse della crisi.

      La cartografia è qualcosa di spudoratamente umano perché rappresenta il tentativo dell’uomo di ordinare, di informare il molteplice materiale caotico che ci ha dato la natura, che è immenso, infinito, e lo fa utilizzando i mezzi della sua stessa finitezza, creando cose incomplete ed imperfette. Ma si tratta di un tentativo disperato perché l’uomo a volta non vi riesce: il disordine, la grandezza della natura possono sovrastarci; come ciò che l’uomo stesso ha creato può diventare un’arma che si ritorce contro se stesso quando improvvisamente si scopre che quest’arma può annientare l’intera umanità, cancellarla dalla faccia della terra. Oppure accade spesso che l’uomo si senta ingabbiato nei sistemi, nell’ordine che egli stesso ha creato per sé e per i suoi simili: è allora in questa dimensione che egli non si riconosce più come uomo, si sente alienato e schiavo del suo stesso lavoro o vittima di una crisi economica che egli stesso ha alimentato. Perché il sistema in cui ci ingabbiamo lo creiamo noi stessi: siamo esseri artefici del nostro destino, come Edipo.

      Per tale motivo l’uomo è un essere eccezionale perché è capace di creare, distruggere, ordinare, disordinare. È l’essere δεινός, come diceva Sofocle, cioè ad un tempo straordinario e meraviglioso, ma anche terribile, sopra tutti gli esseri: “Molte sono le cose straordinarie. Nulla è più straordinario dell’uomo.” (da Sofocle, Antigone).

    Le immagini dell'esistenza

     La fotografia cattura tutto, anche ciò che sta ai margini ed è per questo che essa non è animata dallo scopo di indicare un centro nelle sue rappresentazioni, né di ordinare gli elementi rappresentati. Possiamo concludere allora che essa è spinta da una tensione centrifuga. Inoltre, proprio per questa sua peculiarità che non la spinge a ricercare un centro, un ordine, la fotografia diventa una rappresentazione più della Terra che del mondo, cioè di uno spazio disumano più che umano (Si ricordi a tal proposito la dicotomia Terra/mondo: la Terra si configura come uno spazio naturale, non antropizzato; il mondo come uno spazio ordinato, gerarchizzato e dotato di un centro poiché manipolato e gestito dall’uomo). Nasce così un conflitto tra pittura e fotografia, tra pittore e cartografo: ricreare l’unità originaria “[…] è il compito infinito che, maggiormente, spetta alla pittura, la quale con pazienza, attraverso abbozzi riprese e finiture continue, plasma un Mondo, più che riprodurlo. La fotografia, invece, è sempre l’immagine del ritmo di un incrocio, dove cose e persone, sospinte da ciechi destini, si danno appuntamento ad ora insolita. Si potrebbe parlare del taglio inevitabile che la fotografia impone a quanto le capita di incontrare: una amputazione netta, una parzialità del campo visivo, da cui non riesce in nessun modo a sollevarsi. Un difetto intrinseco, una tendenza scotomatica che non avrebbe senso voler estendere alla pittura, il cui scopo è invece << quello di dare una certa integrità spaziale, un mondo particolare [o meglio, il suo Mondo] chiuso in se stesso, ma trattenuto da forza interiori, non meccaniche, entro i limiti della cornice >>.” (da S. Vitale, si prega di chiudere gli occhi).

      Molti artisti hanno tentato di recuperare l’immagine di una Terra ormai perduta, ormai divenuta inesorabilmente mondo. Emilio Isgrò nel 1974 rappresenterà una carta dove i toponimi, che appaiono confusi, affollati sulla superficie, divengono illeggibili: questo significa vanificare la funzione del logos e cancellare i tratti del mondo antropizzato recuperando l’immagine di una Terra perduta, restituendo così lo spazio ad una dimensione primitiva. Ma la vanitas del logos, quindi della scienza e in generale del tentativo da parte dell’uomo di razionalizzare, ordinare, è un tema che da sempre ricorre nell’arte. Basti pensare all’immagine del teschio raffigurata nel dipinto di Hans Holbein, Gli ambasciatori: tutta la scienza è vanitas, è insensata perché comunque prima o poi dovrà cedere il passo alla morte.

      La fotografia sembra quindi rappresentare la possibilità di questo ritorno alla rappresentazione della Terra, senza ingerenze da parte dell’uomo e uno strumento che al contempo gli consenta di vedere ciò che non può, quindi di gettare uno sguardo verso l’altrove: “Sotto molti aspetti la nascita della fotografia sembra il coronamento di un sogno leonardesco: quello di riuscire finalmente a tuffare l’occhio nelle piaghe più minute di qualsiasi esistenza, così da possederla in eterno attraverso la strategia di una “cattura” visuale che, proprio perché non conserva più nulla dell’umano, è provvista di un’ineguagliabile potenza. E tale vigore scopico, affatto innaturale, è parso per lungo tempo come il trionfo definitivo sulle limitazioni fisiologiche che obnubilavano la vista e costringevano il nostro sguardo a navigare tra gli adombramenti (quel che Husserl ha chiamato Abschattungen), a pascolare nelle lande della visibilità, solcate di imperscrutabili interstizi, ignaro di quanto essi gelosamente gli celano, a fluttuare fra ogni sorta di offuscamento, opacità, annebbiamento – tutti sintomi di una percezione finita, scaturente da un essere finito, l’uomo. La fotografia dunque è stata recepita come un superamento della finitezza, una trasgressione (non senza i connotati di una pericolosa υβρις) dei limiti delle capacità umane [..].” (da S. Vitale, Si prega di chiudere gli occhi ).

      Un esempio emblematico di opera fotografica che funge da “atlante” è proprio l’Atlante di  Gerhard Richter: un lavoro “in progress” cominciato nel 1962, che comprende fotografie, collage e schizzi. L’intento di Richter era quello di realizzare un’opera nella quale le immagini diventassero una vera e propria architettura realizzando così un ambiente e una narrazione: infatti le immagini assemblate ci accolgono creando attorno a noi uno spazio di vita, un ambiente, proprio come fa l’architettura e inevitabilmente la sequenza di queste immagini stimola in noi anche l’immaginazione, per cui lo spazio diventa anche narrativo. Spesso infatti le fotografie si trasformano in narrazione perché mobilitano in noi un certo processo emotivo: L’Alante realizza così un vero e proprio sogno filmico-architettonico. Tra l’altro nell’opera di Richter, proprio come nel cinema, la storia risiede nel montaggio architettonico delle fotografie: esse vengono disposte una dopo l’altra in maniera tale da poter realizzare una vera e propria narrazione. L’Atlante di Richter utilizza la stessa tecnica della cinematografia che consiste nel far scorrere una serie di immagini fisse stampate una dopo l’altra su una striscia di celluloide.

      Prima di Richter, Aby Warburg aveva prodotto un’opera, Mnemosyne che lui stesso chiamava significamene Atlante: è una sorta di album fotografico dove vengono dove vengono rappresentati ritratti della vita di tutti i giorni, assemblati su dei pannelli per rappresentare così la vita quotidiana “in movimento”. Le fotografie scelte da Warbung  mettono in luce le forme del pathos, cioè le varie forme del patire umano che si configurano tramite la fisicità: l’espressione corporea si modifica seguendo il pathos. L’intento di Warburg è quello di cogliere la relazione tra gli stati d’animo e le espressioni corporee. Questo genere di “atlante” che si configura come una vera e propria “mappatura emozionale” era stato inaugurato in Francia, nel 1654, da Madame Scudery, autrice della Carte de tendre, “Carta della tenerezza”, una mappa che raffigurava emozioni, sentimenti, stati d’animo. Questo tipo di cartografia emozionale verrà ripresa nel ventunesimo secolo dagli artisti del  movimento situazionista, i quali proporranno il genere della psicogeografia, cioè un tipo di geografia che tiene conto della risonanza psicologica degli ambienti. Il discorso dei situazionisti si snoda però a partire da un piano sociale e politico che poi si riflette nell’arte: per tale motivo la psicogeografia inaugurata dai situazionisti viene considerata come la riproposizione in chiave socio-politica della Carte de tendre di Madame Scudery.

    Gli atlanti fotografici (l’Atlante di Richter e Mnemosyne di Warburg) che, in quanto emozionali, stimolano processi emotivi quali la memoria, sono molto diversi dagli atlanti pittorici perché non ritraggono il Mondo nella sua organicità e unità, ma si limitano a raccogliere frammenti, “schegge” della Terra: “la fotografia non ha Mondo. Non c’è collezione di immagini, per quanto sterminata, che lo possa erigere; piuttosto essa non sarà mai nulla di più di un << atlante >> modesto della Terra << su cui esercitarsi >> come ha osservato Benjamin a proposito degli album di August Sander, ove, ammassare ritagli su ritagli che non chiudono mai il cerchio, anzi lo tendono in un’apertura infinita al mistero. Si tratta, beninteso, di atlanti che non posseggono più la presunzione di completezza tipica dei sistemi positivistici, i quali, con ambizione enciclopedica, imbrigliavano in mappature, diagrammi e tabulati la totalità dello scibile. Al più potremmo considerarli atlanti della memoria, sulla falsariga di Mnemosyne di Aby Warburg, in cui riconoscere tracce ed esempi delle proprie origini e del proprio passaggio; a volte, anche dal carattere malinconicamente ridicolo, per l’accostamento arbitrario e dall’andamento almanaccante di cose e persone, la cui enumerazione evoca tassonomie eccentriche e maldestre, che ricordano l’Emporio celeste di riconoscimenti bestiali descritto a suo tempo da Borges. Volti familiari che si assommano a luoghi dell’infanzia, accanto ad anonime cartoline e ad effigi di personaggi illustri del XX secolo: ecco l’Atlas di Gerhard Richter […]. Sarebbe vano voler rintracciare il Mondo in questa messe confusa di apparizioni, anche se l’impresa continuasse in eterno; piuttosto saremmo dinanzi ad un cumulo di relitti della Terra, testimonianze concluse delle nostre vite, con cui elevare o deprimere la mente.” (da S. Vitale, Si prega di chiudere gli occhi).  L’Atlante di Richter, si prende quasi gioco dell’ordine stesso, consapevole del fatto che sia impossibile ottenere un ordine delle cose e che ogni tentativo di ottenerlo sia una mera illusione, tentativo che da sempre ha animato i cartografi nella realizzazione dei loro atlanti: “Ogni atlante, come tale è l’espressione più autentica e disarmante della volontà umana di imporre una regola al caos, di edificare, con elenchi e catalogazioni di ogni sorta, un Mondo in cui trovare rifugio, traendolo dalla Terra disumana, la natura selvaggia e inospitale che era prima in noi. L’Atlas di Richter e L’Atlante di Ghirri sono parodie stranite dei tentativi d’instaurazione del κόσμος, irrigidite in una smorfia caricaturale e derisoria; al massimo esse possono accennare ad un Mondo, rinviandogli obliquamente, ma non lo portano mai nel loro stesso grembo, come principio ordinatore, al modo della pittura o della scultura.” (da S. Vitale, Si prega di chiudere gli occhi).

      L’uomo ha avuto da sempre l’esigenza di “mappare” l’esistente per dargli una forma, dei contorni precisi, per ordinarlo, nominarlo ed evitare così di perdersi: l’uomo è un essere in cammino e in quanto tale esposto inesorabilmente al rischio dello smarrimento. Le mappe ci servono per addomesticare la complessità dell’ambiente, che ci può apparire come un labirinto confusionario e dispersivo: le mappe ci vengono in aiuto introducendo delle regole e permettendoci così di orientarci, di non smarrirci. Nelle culture di tutto il mondo è sempre presente la dicotomia ordine/caos che spesso corrisponde a quella normale/anomalo: l’idea della anomalia è spesso associata alla dimensione di ciò che ci è estraneo, ciò che è straniero, diverso, altro da noi e che quindi, una volta che ha invaso le nostre vite, introduce elementi caotici, disordine, confusione, perdita e straniamento. Ad esempio, una popolazione del Burkina Faso fa riferimento ad un termine, fuali, che significa proprio “estraneo, straniero”, per indicare un individuo che, invadendo il villaggio, ne sconvolge l’assetto: il fuali infatti, una volta invaso il villaggio, genera caos e confusione e a causa della sua presenza tutto sembra diventare indistinto e privo di contorni. I contorni ci permettono di distinguere una cosa da un’altra: senza di essi tutto diventa indistinto ed inevitabilmente ci perdiamo. Ed è per questo che la cartografia ha sempre tracciato, indicato rigorosamente i confini: perché noi possiamo evitare di perderci, individuando i contorni delle cose.

    Ecco perché il padre protagonista di uno dei dialoghi di Bateson, ribadirà alla figlia l’importanza dei contorni che ci rendono chiare le cose evitando di confonderci le idee e di perderci, citando non a caso l’Alice nel paese delle meraviglie di L. Carroll dove il mondo della giovane protagonista appare capovolto e “pasticciato”. Da questo dialogo significativo emerge inoltre l’idea che gli uomini, cercando di ordinare le cose donandogli così una certa prevedibilità, non tentano altro che di addomesticare se stessi, oltre l’ambiente che li circonda. L’uomo stesso che è capace di prevedere non è altro che un essere imprevedibile nella sua più intrinseca natura, quindi ordinando l’ambiente in cui vive in realtà tenta di contenere, di ordinare anche se stesso: “Padre: << E pensare che noi facciamo leggi come se le persone fossero del tutto regolari e prevedibili! Figlia: << O forse si fanno le leggi proprio perché le persone non sono prevedibili e quelli che fanno le leggi vorrebbero che gli altri fossero prevedibili?>>.” (da G. Bateson, Verso un’ecologia della mente).